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Klimt! adorato e trascurato

Tre dei dipinti più emblematici del XX secolo vennero concepiti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, ma godettero di ben diversa fortuna critica. «Les demoiselles d’Avignon» di Picasso, 1907, e il «Nu bleu» di Matisse, realizzato lo stesso anno, lottarono con l’eredità di Cézanne e l’arrivo del nuovo gusto per la scultura africana diventando, nel competitivissimo ambiente parigino, due pilastri dell’arte moderna. «Il Bacio», 1908, l’inebriante capolavoro a fondo oro di Klimt impregnato dei suoi studi sui mosaici di Ravenna, fu prodotto nel relativo isolamento viennese e, anche in quel contesto, sembra essere stato considerato come un risultato isolato (la Galleria Nazionale austriaca lo acquistò l’anno della sua esecuzione) e non emulato. Eppure è stato riprodotto quanto la «Gioconda» e ha sancito la fama del pittore, il cui 150mo anniversario della nascita viene celebrato dalla città natale con «Klimt 2012», un programma di dieci mostre in altrettanti musei. Una partecipazione così massiccia evidenzia il fatto che l’opera di Klimt è ampiamente documentata nelle collezioni pubbliche della città dove la sua carriera di pittore di decorazioni pubbliche, paesaggi ed elaborati ritratti soddisfece una fitta rete di facoltosi committenti, spesso ebrei. Al contrario, la sua produzione è poco presente nei musei internazionali; con un’unica eccezione, nessun museo fuori dall’Austria può dichiarare di avere un interesse portante nella sua opera.


La biografia di Klimt è decisamente insolita. Per una ventina d’anni produsse composizioni decorative per soffitti e scalinate di musei e teatri, in collaborazione con il fratello minore Ernst (che morì nel 1892), oltre a studi accademici di figura, per poi cambiare direzione quando venne eletto presidente della Secessione Viennese nel 1897. È questo il capitolo della sua carriera, documentato da appena 120 dipinti superstiti, su cui si fonda la reputazione di Klimt come grande artista (nel maggio 1945 un incendio nello Schloss Immendorf distrusse la più vasta collezione privata di opere di Klimt, in tutto 14 dipinti radunati da Erich e Sarah Lederer, tra cui le pitture per il soffitto dell’Università di Vienna, cinque paesaggi e la toccante «Leda»). È stata questa anomala distribuzione delle opere ad avere limitato un più ampio apprezzamento da parte degli studiosi della carriera di Klimt? Dell’artista autriaco il Metropolitan Museum of Art, la più autorevole esposizione di arte moderna di New York, ha un solo quadro allegorico, «Speranza II», 1907-08 e un paesaggio; non stupisce quindi che Klimt sia un’attrazione marginale del museo newyorkese. La National Gallery di Londra possiede un quadro, il «Porträt von Hermine Gallia» del 1904, un’opera con un che di sgradevole, mentre non figurano opere di Klimt nelle principali collezioni museali di Berlino, Parigi, Madrid o in Svizzera. O esiste forse un pregiudizio più profondo e sinistro nei confronti di uno dei due grandi ornamentalisti (l’altro era il rivale Matisse) della sua generazione?
Si consideri come prova lo scarso interesse negli studi internazionali. Da Ernst Gombrich, storico dell’arte austriaco la cui madre frequentava i circoli secessionisti, ci si sarebbe aspettata l’inclusione di un caloroso apprezzamento dell’artista nella sua Storia dell’Arte, 1950, ma così non fu. Non vi è alcuna menzione di Klimt o dei suoi seguaci viennesi. Omissione ancora più insolita è quella del volume di Norbert Lynton, La Storia dell’Arte Moderna, del 1980, per quanto, in un’inversione dello sviluppo dell’arte viennese agli inizi del XX secolo, vi si menzioni Kokoschka e vi siano riferimenti ad altri artisti collocati ai margini dello sviluppo dell’arte moderna, tra i quali James Ensor, Ferdinand Hodler e Paul Klee. Eppure all’epoca Thames & Hudson aveva pubblicato da oltre un decennio (era uscita nel 1968) la traduzione inglese del primo catalogo ragionato dei dipinti di Klimt, compilato da Fritz Novotny e Johannes Dobai, presentazioni più accessibili dell’arte di Klimt erano state scritte da Nicholas Powell (1974), Peter Vergo (1975) e Alessandra Comini (1975) e dai dormitori dei collegi universitari avevano cominciato a diffondersi su scala globale i poster con le riproduzioni di Klimt. È una coincidenza che i più importanti decoratori del nostro tempo, Peter Doig, Chris Ofili, Takashi Murakami e Bharti Kher, appartengano a una generazione di studenti d’arte inondata dalle immagini di Klimt? A quel punto, mentre la popolarità di Klimt cresceva, ci saremmo potuti aspettare che gli studiosi internazionali instaurassero un produttivo scambio di opinioni con i loro colleghi austriaci. Kirk Varnedoe e Jean Clair inclusero l’opera di Klimt nei loro rispettivi studi sull’arte e sul design viennesi, che curarono nel 1986 per le loro rispettive istituzioni, il Museum of Modern Art di New York e il Centre Georges Pompidou di Parigi; nel 2007 Renée Price catalogò la collezione di Klimt della Neue Galerie di New York; e nel 2011 Jill Loid ha collaborato con l’ex curatore del Mak di Vienna Christian Witt-Dörring per una mostra dell’ampio materiale sulla Secessione viennese del museo.
Con queste eccezioni, in ogni modo Klimt è rimasto oggetto di studi specialistici solo a Vienna: un’importante ricerca sui suoi pasaeggi è stata condotta nel 2002 dal curatore del Belvedere Stephan Koja ed è opera del vicedirettore dello stesso museo il catalogo ragionato dei dipinti pubblicato nel 2007. Una nuova edizione, che comprenderà le ultime scoperte e le interpretazioni generate dalle mostre dell’anniversario, sarà pubblicatà da Alfred Weidinger alla fine di quest’anno.
Intanto, l’impressionante ascesa dei prezzi di Klimt è stata una delle caratteristiche del mercato dell’arte negli ultimi anni, a partire da «Schloss Kammer am Attersee II (Il Castello Kammer ad Attersee II)», 1909, uno di una serie di quasi 50 paesaggi estivi, che regge il confronto, per la sua spiccata inventiva, con la serie «Mattine sulla Senna» (1897) e altre scene di giardini e laghetti dipinte da Monet a Giverny nello stesso periodo. La tela venne consegnata per la vendita a Sotheby’s, a Londra, nel giugno 1987: incassò 3,3 milioni di sterline. Rimessa all’asta da Christie’s a Londra nell’ottobre del 1997, in una vendita di arte tedesca e austriaca, venne aggiudicata per 14,5 milioni di sterline. Nonostante il mercato dell’arte abbia mostrato una crescita eclatante alla fine degli anni Ottanta, prima di fermarsi per molti anni, nessuna opera di altri artisti impressionisti o moderni nello stesso periodo ha quadruplicato il proprio prezzo.
Per coincidenza, in questa congiuntura critica, un giornalista viennese si è trovato a fare una significativa scoperta che avrebbe profonde implicazioni per la ridistribuzione delle opere d’arte di Klimt. Nel 1998 Hubertus Czernin, corrispondente del «Boston Globe», scoprì il testamento della più importante mecenate ebrea di Klimt, Adele Bloch-Bauer, che, alla sua morte nel 1925, aveva donato la propria collezione di ritratti e paesaggi dell’artista, in tutto sette dipinti, al marito Ferdinand con la richiesta che alla sua morte due famosi ritratti di lei, che l’artista aveva dipinto nel 1907 e nel 1912, e due dei paesaggi venissero donati alla Österreichische Galerie. Ferdinand Bloch-Bauer fuggì dall’Austria nel 1938, quando i suoi beni furono confiscati, o «arianizzati», e morì a Zurigo nel 1945. Un recente esame dei documenti ha rivelato come il testamento di Adele Bloch-Bauer non avesse validità legale e come i dipinti, insieme ad altre proprietà, appartenessero, di fatto, alla nipote di Ferdinand ancora in vita, Maria Altmann, anch’essa sfuggita all’Anschluss nel 1938 e residente a Los Angeles. A seguito di una lunga disputa legale, cinque delle sei opere contestate (Ferdinand nel 1936 aveva donato al museo uno dei paesaggi, «Schloss Kammer am Attersee III») all’inizio del 2006 sono state ritirate dal Belvedere di Vienna in cui ha sede l’Österreichische Galerie e restituite alla Altmann, morta il 7 febbraio 2011 all’età di 94 anni dopo essere sopravvissuta a tre figli e una figlia.
I Klimt Bloch-Bauer furono messi in mostra al Los Angeles County Museum of Art e alla Neue Galerie, il museo privato dell’ex ambasciatore statunitense in Austria Ronald Lauder aperto a New York nel 2001, prima che quattro dei dipinti fossero consegnati a Christie’s New York e battuti all’asta l’8 novembre 2006 (cfr n. 260, dic. ’06, p. 69). «ABBII», il secondo dei due ritratti di Adele Bloch-Bauer (1912) nell’ultimo e più espressivo stile di Klimt, raggiunse gli 87,9 milioni di dollari pari a 68,9 milioni di euro, il terzo prezzo più alto di tutti i tempi in un’asta. Anche i tre paesaggi raggiunsero quotazioni elevate: 40,3 milioni di dollari (31,6 milioni di euro) per «», 1903; 33 milioni di dollari (25,9 milioni di euro) per «Apfelbaum I (Melo)», 1912 e 31,4 milioni di dollari (24,6 milioni di euro) per «Häuser in Unterach am Attersee (Case a Unterach sull’Attersee)», 1916. Alcuni mesi prima, nel giugno 2006, Lauder aveva acquistato il pezzo forte della collezione, il raro fondo oro «ABBI» (il primo dei due ritratti di Adele Bloch-Bauer, 1907), per un prezzo presunto di 135 milioni di dollari. A quel tempo si trattava del prezzo più alto mai pagato per un’opera d’arte, che eclissava decisamente il precedente record all’asta di 102,4 milioni di dollari per «Garçon à la pipe» di Picasso, 1905, realizzato da Sotheby’s a New York nel 2004 (da allora tre dipinti sono stati scambiati a prezzi più alti: «No 5» di Pollock e «Woman III» di De Kooning per i quali pare che David Geffen anovembre 2006 abbia pagato rispettivamente 140 e 137,5 milioni di dollari; e «I giocatori di carte» di Cézanne venduto, si diceper 250 milioni di dollari, dall’armatore greco George Embiricos allo sceicco Saud al Thani all’inizio del 2011; cfr. articolo a p. 69).
Altre restituzioni di opere di Klimt in precedenza collocate in musei austriaci hanno mantenuto vivace il mercato. La terza e definitiva versione (incompiuta) del ritratto postumo di Maria (Ria) Munk, morta suicida nel 1911, «Frauenbildnis (Ritratto di Ria Munk III)», è stata restituita ai discendenti della famiglia dall’ex Neue Galerie der Stadt Linz: messa all’asta da Christie’s a Londra nel giugno 2010 ha realizzato 18,8 milioni di sterline. Ha superato invece i 40 milioni di dollari (40,4 per l’esattezza) da Sotheby’s a New York «Litzlberg am Attersee», un’opera del 1915, già appartenuta a Viktor Zuckerkandl e che era stata restituita agli eredi di sua sorella, Amalie Redlich, dal Museum der Moderne di Salisburgo.
Secondo Philip Hook, specialista di arte moderna e impressionista di Sotheby’s Londra, il lungo processo di restituzioni si è quasi concluso. Ma chi ha comprato queste importanti opere? Dove sono finite? Negli ultimi otto anni sono stati spesi 475 milioni di dollari per 11 quadri di Klimt e solo uno di essi, «ABBI», è ricomparso in pubblico, alla Neue Galerie di New York. Tutte le altre aggiudicazioni sembrano essersi volatilizzate, una circostanza davvero insolita che ha avvalorato le voci secondo cui gli attori principali nel mercato di Klimt siano stati consorzi di investitori. Per alcuni la più vasta collezione dell’opera dell’artista appartiene al porto franco di Ginevra. La Neue Galerie di New York annovera ora sette Klimt, il nucleo più ampio dopo quello del Belvedere di Vienna, che, pur avendo rinunciato nell’ultimo decennio a dieci dipinti a seguito di cause di restituzione, possiede ancora ventidue opere di ogni fase del percorso artistico di Klimt. Ci si aspetta che i direttori di queste due istituzioni, Renée Price a New York e Agnes Husslein-Arco a Vienna, trovino un comune terreno di collaborazione, ma la grande opportunità da cogliere sarebbe una dichiarazione congiunta che incoraggiasse altre collezioni a contribuire con le proprie opere a una «Gesamtkunst-werk» di Klimt sotto il patrocinio di un’istituzione di livello mondiale come il Metropolitan Museum. Gli apparenti ostacoli a un simile sviluppo sono scoraggianti, ma il centenario della morte di Klimt nel 2018 appare come un incentivo a perseverare nel perseguire l’obiettivo. Di certo l’industria dei souvenir sarà pronta a rispondere, ma il mondo accademico?

Ultima modifica ilLunedì, 21 Marzo 2016 15:42
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